Collettivo d’azione

Una squadra che segue un’idea
I gruppi sono, da sempre, uno dei migliori esempi di organizzazione microcosmica, capaci di assumere una forma concerta e in grado di poter creare ad un livello superiore, un livello che prevede l’unione e la sinergia di più menti creative in grado di rivoluzionare la realtà.
E quando questa sinergia diventa materia, il processo porta con sé non solo giovamento per ogni singolo componente del gruppo, ma anche all’entità comunitaria che si è appena creata.
Ecco quindi che la vera forza risiede nell’aver il coraggio e la voglia di condividere e mettere in discussione in ogni momento un pensiero, una riflessione, un certo comportamento o un’emozione, che possano fare da tramite e da collante nei momenti di crisi, in grado di risaldare un’unione d’intenti atta a migliorare la visione dei vari punti di vista e del processo di fusione d’insieme.
Un gruppo non pensa, un gruppo inventa.
Un gruppo non crede, ma vede.
Un gruppo non sa, immagina.

Amigdala smettila!

Ridurre i tempi di visualizzazione fa perdere empatia

La stimolazione visiva è arrivata a dei livelli record, mai registrati prima.

Esiste infatti la possibilità (per esempio) di saltare i video sponsorizzati di Youtube già solo dopo cinque secondi.

Cosa vuol dire?

Vuol dire che questo meccanismo di iper-stimolazione ha generato negli anni un processo di mover-forwarding, per il quale l’amigdala, organo umano destinato a reagire efficacemente e in tempi brevissimi agli stimoli che potrebbero mettere in pericolo la sopravvivenza, si ritrova ad essere costantemente tirata in ballo anche durante un semplice spot di un detersivo, perdendo la sua natura strutturale in cambio di immagini turbo e luci fatiscenti.

E il fatto che soli dopo cinque secondi sia già possibile saltare un video, ne è il mero risultato.

In quei cinque secondi il cervello diminuisce già la capacità di rimanere concentrato su qualcosa, tanto è stato stimolato, perdendo potenza cognitiva e logica, a discapito di un’attenzione astrusa e contraria che chiede solo di saltare quel processo forzato e innaturale.

Ma nel momento in cui tutto acquisterà ancora maggiore velocità, gli stimoli rimbalzeranno come schegge e l’empatia comunicativa perderà valore, avremo ancora la possibilità di far parte di un flusso comunicativo?
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Io non sono Lui

Veramente é possibile comunicare in maniera efficiente solo all’interno di una caption?

Gli assiomi di base della comunicazione lo dicono chiaro: per far sì che possa esistere una vera interazione comunicativa c’è bisogno di alcuni elementi di base fondamentali.

Emittente, ricevente, codice, messaggio e feedback infatti sono solo alcuni strumenti attraverso i quali è possibile tentare di stabilire un percorso comunicativo che sia intelligibile da entrambe le parti, e che porti con sé la capacità di trasmettere effettivamente qualcosa che va ben oltre un semplice scritto.

Con l’esplosione dei social però, questa solida struttura bio-tecnica sembra aver perso in qualche modo valore, aver perso efficacia, lasciando il posto a qualcosa di non ben definito, qualcosa di astratto e particolarmente estruso.

Tutto è ridotto a qualche breve e coincisa riga di una caption, questo non-luogo basso, piccolo e spesso scomodo, dove vengono inserite parole che vorrebbero prendere la forma di “chiave”, ma che spesso puntano solo a stimolare lord algoritmo.

Sono solo Captionette

Veramente é possibile comunicare in maniera efficiente solo all’interno di una caption?

Gli assiomi di base della comunicazione lo dicono chiaro: per far sì che possa esistere una vera interazione comunicativa c’è bisogno di alcuni elementi di base fondamentali.

Emittente, ricevente, codice, messaggio e feedback infatti sono solo alcuni strumenti attraverso i quali è possibile tentare di stabilire un percorso comunicativo che sia intelligibile da entrambe le parti, e che porti con sé la capacità di trasmettere effettivamente qualcosa che va ben oltre un semplice scritto.

Con l’esplosione dei social però, questa solida struttura bio-tecnica sembra aver perso in qualche modo valore, aver perso efficacia, lasciando il posto a qualcosa di non ben definito, qualcosa di astratto e particolarmente estruso.

Tutto è ridotto a qualche breve e coincisa riga di una caption, questo non-luogo basso, piccolo e spesso scomodo, dove vengono inserite parole che vorrebbero prendere la forma di “chiave”, ma che spesso puntano solo a stimolare lord algoritmo.

Contenuti sensibili

Chi di noi non porta nel cuore una #pubblicità televisiva? Un incontro romantico su una barca, l’eleganza di J’adore che emerge da acque dorate, o l’ironia di un pollo lanciato in una fontana. Quei pochi minuti non vendevano solo prodotti: vendevano sogni. Ed è proprio quel sogno che, ancora oggi, ci fa sorridere davanti allo specchio sussurrando: “J’adore!”.
Ma oggi, cosa è cambiato? Perché la pubblicità fatica così tanto a farsi ricordare?
Viviamo in un’epoca di #marketing iper-tecnico, calibrato su dati, algoritmi e micro-target. Eppure, per ottenere un feedback immediato — un click, un like, una vendita — sembra diventato obbligatorio urlare. Siamo arrivati alla strategia dello “stordimento”, l’ultima spiaggia di un marketing che ha sostituito il fascino con l’aggressione sensoriale.
Ma stordire per vendere funziona davvero, o è il segno che il prodotto ha perso il suo appeal?
Forse la chiave non è alzare il volume, ma ritrovare la narrazione. Esiste una forza silenziosa nel raccontare storie che emozionano senza bisogno di gridare. Meglio un impatto violento che svanisce in un secondo o un sussurro che mette radici nella mente? Preferite la suggestione profumata di una frase in francese o il rigore tecnico di uno spot automobilistico tedesco?
Oggi la pubblicità prende possesso dei nostri device con volumi assordanti, senza chiedere permesso, interrompendo bruscamente il nostro tempo. Viene allora da chiedersi: serve davvero aggredire i sensi per conquistare il mercato, o non sarebbe meglio tornare a investire sulla qualità della storia che raccontiamo?
Perché, alla fine, un rumore si dimentica appena finisce. Una bella storia, invece, resta per sempre.

Storytelling…e poi?

Quella che sembrava essere la narrativa prinicipe del digital marketing sta lentamente mollando la presa, lasciando il posto a qualcosa che in realtà non ha ancora preso una forma netta e ben definita, ma che sembra parlare un’altra lingua: quella della perfect communication.
Se infatti argomenti come empatia, passione e determinazione hanno permesso di scalare negli anni alla più non posso classifiche di visual, oggi sembra che la deriva abbia preso il largo attraverso uno strumento chiaro e ben definito: il perfezionismo.
Dalle immagini, agli audio, alle grafiche e quant’altro, questo mito irraggiungibile ha fatto tabula rasa lasciandosi alle spalle tutto il blocco della comunicazione (con la c maiuscola) costruito negli anni.
Perfezione dicono, bene, ma siamo proprio sicuri che l’essere umano-utente finale, risponderà veramente con queste nuove logiche innaturali?